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domenica 10 giugno 2012

Bersani è il PESO MORTO DELLA STORIA


Ci sono tanti modi per ricordare cose, persone ed eventi. Ci sono modi positivi, più o meno, e ci sono i modi negativi, più o meno. In questi ultimi si è sempre aggiunto in modo naturale e consuetudinario la cosa, la persona e l’evento inutile. E certo mi direte voi: è negativa una cosa inutile. Io fino al congresso della Fiom del 6 giugno 2012 non ero arrivato a pensarla così. Pensavo, sbagliando, che ci fosse il positivo ed il negativo, poi, in mezzo, ci fosse l’inutile: quella cosa che non arreca danno, ma neanche produce effetti positivi. Ieri Bersani mi ha fatto cambiare idea. Il segretario Pd, ora come non mai Partito Demente, come dice un giornalista vero, ha ribadito con forza che il progetto che fu dell’Unione non va più, e questo ce lo aspettavamo, ma che neanche l’IDV va più  bene, no proprio no. Già metodologicamente è il risultato di un’analisi storica quanto meno superficiale, se non addirittura errata. Non furono Ferrero ne Di Liberto, gli attuali dirigenti comunisti, a mettere fine all’esperienza Prodi, l’ultima per intenderci, e quello di Bertinotti è un riferimento troppo lontano per poterlo ritenere ancora valido. Ma almeno li posso trovare un senso, non si vuole andare alle elezioni con partiti che predicano cose, giuste, ma con la <<falce ed il martello>> dietro. Ci sta. Dopo tutto è la linea che il Pd persegue senza mezzi termini da tantissimo tempo ed anzi la moria di comunisti sembra essere l’unico obiettivo raggiunto da Bersani & Co. . Ma perché Di Pietro? Perché l’Idv? Li non c’è falce e martello, al contrario sono insieme alla lega l’unico partito che si è professato post ideologico fin dal principio, omettendo da questo elenco l’Udc che prende le distanze anche da Gesù Cristo, in quanto troppo integralista, meglio Cuffaro di certo. L’idv non ha nulla, ma proprio nulla nulla, in comune con Ferrero e Di Liberto, se non aspettarsi che il Pd faccia la cosa giusta. Ed allora Bersani è impazzito o cosa? No, semplicemente è inutile. Bersani, dagli ingenui come me, era visto fino a non troppo tempo fa come il Bersaglio dei giochi al massacro di Walter Veltroni e di Massimo D’Alema, due che hanno fatto tanto per la sinistra italiana, in negativo s’intende. Invece no, Bersani non è neanche codesta specie di vittima. Bersani è semplicemente un politico, niente di più, niente di meno. Quanti avessero visto in lui un uomo illuminato, quanti ne avessero decantato le lodi, beh, si sono sbagliati. Bersani non è il partito come Di Pietro o Berlusconi, Bersani non ha il partito come Casini, non è nel Partito come Maroni, Bersani è il segretario del Pd perché gli è toccato, perché i poteri hanno indicato lui, e si sa i poteri raramente espongono certa gente dinamica e d’iniziativa, ne preferiscono sempre altri tipi, tirate voi le conclusioni a questo punto. La storia terrà conto dell’operato in questo paese del segretario Bersani, ne terrà conto e non per la sua positività, ma per la sua inerzia, per le sue seghe mentali e per la sua mancanza di coraggio nel proporre quello che la gente vuole contro le Banche che, a posto di essere pubbliche nel compito, hanno privatizzato gli stati ed i servizi sociali. Bersani sa tutto questo e tace, volendo escludere il campagnolo ed i suoi compagni di Partito dell’IDV, non controllabili, ma stranamente non lo fa con Vendola a cui tende la mano. Ma come Di Pietro no e Vendola si? Ma Vendola non è dichiaratamente di sinistra? Paradossale direte, tutt’altro. L’italia dei Valori siede ormai da tempo in Parlamento, cosa invece diversa per Vendola che ha bisogno per strutturarsi e per crescere non solo di entrare nella stanza dei bottoni, ma anche dei rimborsi elettorali. Bersani questo lo vede. Quindi come fece Veltroni proprio con Di Pietro, usato per dire in Tv le cose che i democratici non potevano dire, contro i comunisti del tempo, ora i vendoliani sarebbero lo strumento per dire che la sinistra quella vera sono loro, contro Di Pietro e Di Liberto, ma con Vendola appunto, un Vendola castrato un secondo dopo le elezioni naturalmente, come fu per tutti quelli che hanno sperato nel PD. Allora Bersani forse non sei inutile, sei più che inutile. Per carità non lo dico io, lo dice la storia. Quella storia che ha bocciato BUSH, che ha bocciato SARKOZY, che boccerà la MERKEL, che ha deriso Berlusconi e che ha cancellato Casini e quelli come lui a livello mondiale dai posti che contano. Ma questo al segretario Pd non interessa, lui deve tenere insieme il partito, non capendo che chi esce dal pd, perché predica cose sbagliate sarà il primo a perderci, come Rutelli che è passato da dirigente a signor Nessuno e neanche viene citato nell’alleanza del Terzo Polo. Allora a questo punto che dire: spero che Vendola non faccia l’errore di vedere nel Pd una speranza se non unitaria di tutto il centro-sinistra italiano, e non come unico vessillo di un certo pensiero, il che sarebbe inutile, e lasci al pd al loro vero animo, quello dettato dai Letta, dai Veltroni, dai D’Alema, dagli Ichino ecc. ecc. ecc. Cose che insomma non sono adatte alla gente normale, che vuole vivere serenamente <<nonostante>> la politica. 

lunedì 4 giugno 2012

Vittime del silenzio


Sono giorni strani quelli attuali, giorni caratterizzati da accadimenti tristi, gesti folli,da funerali di stato e da celebrazioni solenni (ma sobrie) da incertezza politica.

Sono ancora ben impresse nelle nostre menti le immagini dell’attentato di Brindisi, del funerale di Melissa vittima della follia umana;  in seguito abbiamo vissuto  un primo terremoto in Emilia e poi la seconda scossa. Vittime sul lavoro. Ancora vittime.

Abbiamo celebrato Giovanni Falcone nel ventesimo anniversario della strage di Capaci, si sono svolti i funerali di Stato in onore di Placido Rizzotto;  vittime di mafia.
Tutte notizie da prima pagina, ecco allora che si riempiono giornali, si inventano trasmissioni televisive, edizioni straordinarie, l’informazione si concentra pienamente “sull’evento”, non c’è spazio per notizie marginali.  Riflettori  24h\24h.

L’ informazione tramite i mass media, ha la grande capacità e responsabilità di impressionare l’opinione pubblica, così  ci siamo impressionati,indignati, commossi …
Ma i riflettori (colpevolmente) presto si spengono e  con la stessa facilità si spegne anche la coscienza della maggior parte di coloro che si sono indignati,commossi ed impressionati.

Arriva il silenzio.

Gli stessi autorevoli Giornali o televisioni, che qualche giorno fa divenivano portavoce della legalità, sembrano oggi  ignorare il fatto che a vent’anni dall’attentatuni, il procuratore di Trapani, Marcello Viola è vittima di gesti intimidatori,un analoga vicenda vede protagonista la presidentessa della commissione antimafia europea Sonia Alfano, proprio  in quella che è la terra del latitante Matteo Messina Denaro, la stessa in cui compaiono scritte sui muri a favore degli esponenti di Cosa nostra, la stessa terra dove tra tanti altri vengono indagati per concorso esterno in associazione mafiosa il Pres.Raffaele Lombardo e il Sen.Antonio D’Alì e dove  viene arrestato il Sindaco di Campobello di Mazara inchiodato dalle intercettazioni , che dimostrano un rapporto di fiducia e di subordinazione rispetto agli uomini dei clan locali; la terra dove il neo-sindaco di trapani afferma ed insegna che non bisogna parlare di mafia.
La stessa terra dei tanti comuni commissariati per infiltrazioni mafiose ma anche di tanti uomini \ donne  che nel segno della legalità vivono quotidianamente, la terra di Pino Maniaci e di telejato, voce autorevole dell’antimafia che tra qualche settimana sarà costretta a chiudere a tacere.
La stessa terra di “vampe” e di “muti”. Silenzio.

Tante notizie in poche righe eppure nelle tv “importanti” quelli con direttori importanti e giornalisti di rilievo, quelli del Tg delle 13.30 e delle 20.00, non si accenna a nessuno di questi fatti e se ciò avviene, si archivia la notizia in pochi secondi.

Beh, lo  avranno sicuramente fatto in buona fede, ci sono tantissime altre notizie rilevanti da trasmettere all’opinione pubblica per esempio al Tg2 (del 03/06/2012) va in onda un servizio interessantissimo sulla delicata situazione degli orsi della provincia di Bergamo, ma anche altri Tg e trasmissioni varie hanno argomentazioni di rilevanza internazionale per esempio i gioielli della regina Elisabetta nel giorno del giubileo reale o  le ultime novità sul mercato dell’ hi-tech; di certo trattazioni  di rilevanza maggiore.
Questa nostra Repubblica ha vissuto anni difficili di dittatura, di piombo, di stragismo, di mafia, di morti ammazzati, vittime , tante troppe vittime a cui oggi rischiano di aggiungersi le VITTIME DEL SILENZIO.

Pasquale Diodato

“Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene non rimanete muti.” [Paolo Borsellino]

mercoledì 23 maggio 2012

La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine.

venerdì 11 maggio 2012

Mazara: i politici ce li ho, l’ospedale mi manca...


Un giorno gli storici parleranno della nostra epoca come di una fase di passaggio, come di un naturale transito verso qualcosa di più grande, nel bene e nel male, che noi ancora non riusciamo a distinguere, ma che ci sta già dentro ed attorno. Come ogni fase di transito, dall’impero romano in poi, i cittadini non hanno coscienza degli anni che passano sopra la loro testa, ma più che altro delle scarpe che hanno ai loro piedi. Questo disegno, un po’ pessimista, vede com’è naturale che sia delle cause e delle conseguenze ma soprattutto delle circostanze. Quando un trasloco deve avvenire o un nuovo capo deve arrivare, l’incertezza su ciò che è da fare o su ciò che è legittimo aspettarsi che venga fatto è massima. Così anche oggi si hanno dubbi sul futuro, su cosa i giovani dovranno essere, su cosa gli anziani dovranno sopportare, perfino sul destino dell’aria che respireremo. Anche in Italia questo marasma sordo si sta compiendo. Certo però, da quando Garibaldi ha unito la nostra nazione, ci sono le fasi di pioggia e di sole, ma quando piove, non lo fa dappertutto con la stessa intensità. Se a Parma, città in cui i Grillini concorreranno al ballottaggio, si può ancora sperare è perché lo stato sociale, seppur scalfito, ancora esiste, e questo è retto in un circolo virtuoso da un tessuto sociale che non si arrende. Se però piove anche nell’ex paradiso parmense, da altre parti diluvia ormai da tempo: la provincia di Trapani. Questo territorio, specie nella sua parte meridionale, descritto come una terra impenetrabile ed oscura, annerita dalla latitanza, ormai da cartolina, di Matteo Messina Denaro, sembra non accontentarsi mai dei paradossi. Anzi, quasi vantandosene, ne è sempre alla ricerca di nuovi, più grandi. Mentre scrivo queste parole, lontano dalla mia terra, ma con il cuore tra gli amici mazaresi, mi suscita un po’ di rabbia parlare di un argomento che non è come gli altri, perché a Mazara del Vallo nel caso in questione, non si parla di buche o “quartare”. Parliamo di Salute! Miriadi di fatti sono accaduti nell’affaire ospedale: farne una scaletta seppur sommaria risulterebbe estenuante ed inutile, sia perché imprescindibile legge di natura è che il passato non si cambia, sia perché, come recita il titolo di una celebre film, c’è una “matassa”. Riconosco tanto la difficoltà della storia del nostro nosocomio nell’ultimo anno e mezzo che coloro i quali me l’hanno spiegata, mi hanno detto: “ci vuole tempo per capirla”. Per tanto cominciamo dagli ultimi fatti.

Il 23 aprile 2012 l’Asp ha proceduto, dopo consultazioni legali con l’avvocato di fiducia, alla seconda assegnazione per la gara d’appalto aggiudicatasi il 7 febbraio 2012 in favore di un raggruppamento d’imprese, risultato quindi vincitore. Di fatto però il vincitore viene estromesso perché si riscontrano problematiche circa la documentazione fornita, fatto che avrebbe potuto causare i ricorsi degli altri soggetti che avevano partecipato al bando. Proprio per questo si decide allora di rifare l’assegnazione, quando poi appare certo agli addetti ai lavori che la ditta esclusa, il primo vincitore, presenterà egli stesso ricorso per avere conto e ragione di quanto accaduto, fermando, è questa la tesi più accreditata, nuovamente l’iter dei lavori. Normali storture della macchina burocratica, direte. Il problema è che anche una goccia d’acqua se costante buca il marmo. Mazara, di fatto entrata nel vortice lecito e prevedibile del riordino prima regionale e poi provinciale, sembra non riuscire a vedere la luce. La gara d’appalto è solo l’ultimo tassello di un puzzle in cui le date di consegna servono ai politici per finire sui giornali, e le smentite provocano titoli per i politici avversi ai primi e disagi per la gente. Le foto che vedete lungo la pagina sono quelle dell’edificio, che adeguatamente ristrutturato, avrebbe dovuto essere il centro d’Emergenza, atto a fronteggiare la mancanza di un nosocomio efficiente. Come vedete non vi è possibilità alcuna di errore, il lavoro che doveva essere pronto da mesi è ben lontano dall’assomigliare ad un ospedale o pronto soccorso che sia. In questa situazione, in cui sarebbe facile confondersi e lasciar perdere, come spesso si fa sotto la bandiera della trinacria, non tutti agiscono così. Ecco che come al solito (per fortuna!) ci sono quelli che si sobbarcano l’incombenza di un impegno che dovrebbe essere di tutti ma che è sul groppone solo dei più coscienziosi, il Movimento di Azione Popolare, di cui in passato avevo già parlato, ed il comitato “pro Presidio d’Emergenza”. Anche e soprattutto a questi ho fatto riferimento per capire qualcosa di quello che stava avvenendo. E loro per la verità me lo hanno spiegato, sempre con il freno a mano tirato circa le valutazioni personali per la paura di una loro strumentalizzazione, cosa per altro cercata dai politici e che la rete non dimentica. Il quadro che descrivono vede come protagonisti principali: la dirigenza dell’ASP, l’assessore Russo ed il sindaco Cristaldi. Ognuno di loro in maniera diversa ha inciso su questa situazione, ognuno per propria competenza, vera o presunta in campagna elettorale, ma questi discorsi i comitati ed i movimenti non li fanno, limitandosi a formulare delle domande:

Questo ennesimo capitolo della saga (quello descritto sopra) porterà ulteriori ritardi, sulla pelle dei cittadini, ai lavori di ristrutturazione dell’ospedale?

Perché ad oggi i collegamenti da Mazara verso gli altri ospedali non sono stati creati a dovere?
Perché la gente che arriva negli ospedali limitrofi, Marsala e Castelvetrano, con i propri mezzi, deve essere costretta a liste d’attesa lunghissime, rendendoli consapevoli che non c’è stato alcun piano creato per l’aumento dell’utenza?

Perché l’assessore Russo ha sempre dato tempi che sono sembrati fuori dalla logica e non ha mai incontrato i movimenti, che a tutt’oggi aspettano?

Naturalmente le questioni sono parecchie altre, questo spero lo abbiate intuito, ma tradurre tutte le perplessità e rimostranze sarebbe gravoso e pressoché inutile in quanto le risposte si trovano, a mio avviso, ben al di là dei singoli fogli di carta dove la burocrazia incastona le aspettative del popolo e dove arrocca le proprie rendite di potere e di furbizia politica. Quindi le domande da porre sono altre, e queste appunto i movimenti, per avere cittadinanza in tutte le sedi politiche ed istituzionali, non possono porle, ma le nostre coscienze si. Ed allora lasciando aperta la porta alle smentite del caso, e sperando che queste arrivino, insieme alle spiegazioni, bisogna chiedere:

Risponderà la dirigenza dell’Asp per le sue mancanze, ad esempio quelle citate sopra? E poi chi dovrebbe imputarglielo non è chi a sua volta l’ha scelto?

L’assessore Russo, costretto dai bilanci regionali alla riforma, perché ha negato incontri ai movimenti? Non è che, consapevole di non vedere l’ospedale finito da assessore alla sanità siciliana, userà quest’argomento in probabili campagne elettorali future, adducendo responsabilità di suoi successori? Spero di no per lui, perché poco i cittadini hanno realmente capito di quello che lui vuole per l’ospedale, quindi non esiste nessuno che può bloccare un progetto che non si vede, e, quello per l’ospedale di Mazara, in cui lui ha messo la faccia, non si vede. 

Il sindaco Cristaldi, che tempo fa, addirittura, aveva dichiarato che non si sarebbe tirato indietro ad una richiesta del partito, Pdl, di correre per la poltrona di governatore siciliano, che pensa della situazione dell’ospedale, argomento cruciale per qualsiasi inquilino di Palazzo d’Orleans? Per carità non mi riferisco ai comunicati stampa, ma proprio a lui, perché nello scrivere questo testo ho spesso trovato, ricercando materiale, dichiarazioni del vice-sindaco Quinci, riferimenti al consulente del Sindaco, Asaro, ma mai una dichiarazione in cui Cristaldi dicesse: “Se non si fa così alzo una cornetta e sistemo tutto” o giù di li. Infondo lui era stato eletto, a furor di popolo, proprio con l’assicurazione che sarebbe stato un sindaco di valore con il pregio di avere un peso che conta nelle stanze dei bottoni. Forse queste porte non si aprono più o non si sono aperte per l’ospedale? O, forse per calcoli politici si è ritenuto più opportuno stare sull’uscio aspettando eventi più propizi?

E l’intera classe politica, novero che comprende soggetti di assoluto calibro, che hanno fatto nel particolare? Chi può dire ad oggi per l’ospedale: “noi abbiamo ottenuto questo risultato” (e non mi riferisco ad una conferenza o ad una promessa, ma a qualcosa di concreto!)? Anche questo i cittadini dovranno ricordarsi alle prossime elezioni, specie quando valuteranno che alcuni partiti come Forza del Sud, prima Pdl Sicilia, prima ancora Pdl in maggioranza con Lombardo, sono stati nella loro evoluzione prima a favore, poi a sfavore, poi di nuovo a favore, poi definitivamente a sfavore del governo Lombardo e quindi di Russo.

Alla fine non ci resta che sperare che i giochi politici non passino sopra la salute dei cittadini. E mi viene in mente un gioco: la conta delle figurine, che si faceva da piccoli. Quando si diceva: Baggio ce l’ho, Nesta mi manca. Così il mazarese medio, guardando all’Abele Ajello, potrebbe dire: i politici ce li ho, l’ospedale mi manca, paura crescente ce l’ho, la speranza per il futuro ce l’avevo ma l’ho persa. 




Ivano Asaro

domenica 6 maggio 2012

Lettera aperta al Ministro Corrado Passera


Per mandare l’e-mail al Ministro dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture e Trasporti Corrado Passera:  segreteria.ministro@sviluppoeconomico.gov.it
Al Ministro Ministro dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture e Trasporti Corrado Passera 
Tra pochi giorni, il 9 maggio, ricorrerà il trentaquattresimo anniversario dell’uccisione mafiosa del giornalista Peppino Impastato. L’Italia intera si appresta a commemorare il coraggio di un giovane che, insieme ai suoi compagni, dai microfoni di “Radio Aut” denunciava senza paura gli interessi mafiosi, a Cinisi e oltreoceano, del boss Badalamenti. Senza omissioni o connivenze, con la sola arma della libertà e dell’ironia. Pagando la sua dedizione e il suo coraggio, con la vita. Oggi, a trentaquattro anni da quel 9 maggio 1978, molti altri cronisti e operatori dell’informazione seguono il suo esempio rischiando ogni giorno per poter svolgere a testa alta e schiena dritta il lavoro di giornalisti. Tra questi: Giuseppe Maniaci e la sua redazione di Telejato, emittente televisiva con sede a Partinico.
Ad oggi, Telejato rischia ogni giorno di essere spenta definitivamente dallo Stato. Sembra paradossale, ma una legge della Repubblica porterebbe a quello che l’organizzazione criminale Cosa Nostra non è riuscita a fare. Da anni, infatti, la “televisione più piccola del mondo” trasmette “il tg più lungo del mondo” in una zona ad alta densità mafiosa (Alcamo, Partinico, Castellammare del Golfo, San Giuseppe Jato, Corleone, Cinisi, Montelepre) raggiungendo 22 comuni della Sicilia orientale, facendo informazione libera e denunciando il malaffare senza nascondersi. Proprio quest’attività sociale di denuncia è valsa al suo volto e alla redazione, svariate querele, intimidazioni (le ultime, pochi giorni fa), aggressioni e attentati. Telejato è una televisione locale comunitaria. In conformità con la Legge Mammì (n. 223 del 6 agosto 1990), quindi, ha uno statuto di Onlus e non quello di una Tv commerciale. Di qui, il limite agli spot pubblicitari: solo 3 minuti ogni ora di trasmissione. A mettere a rischio l’esistenza stessa di Telejato e l’incolumità dei suoi artefici, oltre alla mafia anche lo switch-off, il passaggio cioè dall’analogico al digitale nel mese di giugno in Sicilia.
Il governo Monti, nelle scorse settimane, ha messo fine alla beffa del “beauty contest” stabilendo il ricorso ad un’asta. Telejato, così come le altre 200 televisioni comunitarie, però, proprio per il suo status di televisione comunitaria e di onlus è priva di un bilancio adeguato a partecipare all’asta, vedendo così inesorabilmente cancellata la sua possibilità di trasmissione. Noi ci chiediamo e Le chiediamo: il legislatore ha riflettuto sulle conseguenze dello spegnimento di Telejato? Telejato deve essere considerato un bene culturale, al pari di ogni altro monumento artistico italiano: se l’arte rinnova i popoli, anche la controinformazione di Telejato in Sicilia può farlo. L’informazione può aiutare giovani e meno giovani a prendere coscienza di quello che li circonda e a scegliere. La scelta contribuirà a migliorare una delle regioni d’Italia, da qui anche la nostra Repubblica lo sarà.
Quello che in questa sede, come cittadini di uno Stato che dalla sua fondazione si ritiene uno stato democratico, vogliamo portare alla Sua attenzione è il grave danno che sarà apportato al sistema informativo e al diritto alla libera informazione dei cittadini.
Provvedere alla tutela delle televisioni comunitarie e locali affinché possano continuare a trasmettere e conservare il loro ruolo di strumento informativo locale. Bisogna assolutamente evitare che cali il silenzio e l’indifferenza sull’informazione antimafia. Sarebbe un atto concreto importante delle istituzioni nella lotta alla criminalità e per la tutela della democrazia del nostro Paese. In ultimo,vogliamo porre alla Sua attenzione un aspetto umano drammatico, crudo, scevro da retorica: la mafia uccide. La mafia non dimentica. La mafia colpisce più facilmente quando cala il silenzio e l’opinione pubblica si distrae. L’informazione rappresenta il sistema immunitario dell’opinione pubblica: se calano le difese immunitarie è più attaccabile. Ad essere uccisi sarebbero molte coscienze, ma prima d’ogni altro lo Stato italiano deve avere a cuore le sorti dell’uomo e cittadino Pino Maniaci e dei suoi familiari.
Certi della Sua attenzione, rimaniamo in attesa di un Suo riscontro.
DIECIeVENTICINQUE
Associazione Antimafie Rita Atria
I Siciliani Giovani

Cosimo Cristina (1960)
Mauro De Mauro (1970)
Giovanni Spampinato (1972)
Peppino Impastato (1978)
Mario Francese (1979)
Giuseppe Fava (1984)
Giancarlo Siani (1985)
Mauro Rostagno (1988)
Beppe Alfano (1993)

lunedì 30 aprile 2012

I pesci non votano (parte prima)

La “marina” è la pesca.
Il rumore è sempre lo stesso: quello dei pochi gabbiani, che volteggiano in aria, e delle onde che si infrangono ora sul bagnasciuga, ora sui blocchi di cemento. Anche le persone sembrano le stesse. Vecchi guardiani che fanno la guardia ad imbarcazioni sempre più vetuste in compagnia della loro MS. Perché le Marlboro costano care ed il lavoro non è remunerativo come prima. Questo è lo scenario della marineria di Mazara. Tutto, paradossalmente, sembra uguale. Fermo in un punto di quiete. Le voci dei marinai, certi giorni della settimana sono un ricordo, e, quando si sentono, spesso sono del Maghreb. Queste immagini, per nulla amplificate o stereotipate, sono la visione plastica di quella che una volta era la “marina”, di cui dovevi per forza parlare: per il numero di navi, per il presunto grado d’integrazione tra le diverse etnie, per la particolare posizione geografica, per la qualità, non eccelsa, ma comunque di rilievo del pescato. Questo è quello che era, rispetto a quello che è.  Ma se raccontando di ciò non si aggiunge nulla di nuovo al risaputo è solo perché la situazione attuale è figlia di un processo in cui nessuno ha mai voluto mettere le mani, per diverse ragioni, se non per aumentare ulteriormente il tasso di inefficienza del settore, per trasformare le imbarcazioni in seggi elettorali e per acquietare gli appetiti di personaggi non proprio “puliti”.
Vox populi vox dei.
Partiamo dall’inizio. Da ciò che pensa la gente. L’elemento essenziale di questa crisi è il caro carburante, cresciuto nell’ultimo decennio in modo sproporzionato rispetto al prezzo del greggio, ma soprattutto rispetto al prezzo del pescato. La prima esigenza, quando l’imbarcazione esce per una battuta di pesca, ancora prima dei salari, dei viveri e della burocrazia, è quella di coprire il costo del diesel impiegato per armare il natante. E’ opinione di tutti che se questo costasse meno non ci troveremmo in questa situazione. Gli si può dare torto? Nei bar si ascolta però un’altra versione, che non nega il costo del carburante, ma apre gli occhi su altre problematiche. Sostanzialmente l’anziano marinaio che da ormai 50 anni “bazzica” quei luoghi nota come la crisi del settore, sicuramente legata ad una crisi globale, non abbia allo stesso modo toccato tutti, nonostante i costi siano per tutti gli stessi. Alcuni imprenditori del mare, davvero pochi per la verità, hanno affrontato con piglio imprenditoriale la sfida, aumentando i propri interessi, riequilibrando gli interessi tra armatori e grossisti, superando la china e guardando anche ad altre nazioni, con situazioni sicuramente più agevoli. Se è vero che fisiologicamente questo salto non poteva essere fatto da tutti, una parte rilevante, che avrebbe trainato il comparto, doveva con competenza espandersi.
Andare avanti.
Negli anni ’60 e ’70, con ignoranza e con tanto sacrificio, potevi tirare avanti, ed anche bene. Oggi l’armatore medio, con la barca ereditata dal padre, segue schemi obsoleti condizionati dall’incapacità manageriale, dall’ignoranza, e dalla scarsa visione d’insieme. Insomma gli imprenditori sono così perché non sanno come va il mondo. La dimostrazione? Settori più professionali come quelli agricoli del nord Italia, capito per tempo come andavano le cose hanno automatizzato, innovato, razionalizzato. Sono andati al passo coi tempi. Gli armatori mazaresi no. La mancanza di metodo, di didattica, ha fatto puntare sempre un enorme pescato e su fermi biologici non dati secondo criteri logico-scientifici, ma secondo le elargizioni del politico di turno (o dell’amico locale del politico di turno). Che senso ha ad esempio dare il fermo biologico non considerando compiutamente i tipi di pesci pescati ed il loro relativo periodo di riproduzione? E si potrebbe anche parlare delle imbarcazioni, sproporzionate rispetto alle esigenze, che costringono a battute di pesca lunghe venti giorni, con un connesso posizionamento del mercato che da una parte inflaziona il pesce realmente fresco, dall’altro non produce il benessere sperato a fronte dell’investimento.
    
C’è del marcio?
Soggetti ancora più arditi, con il tipico sguardo di chi dalla vita ha capito tutto e niente più vuole sapere, propongono una tesi ancora più forte: anche negli anni ’80 il settore non era realmente così florido, solo che c’erano altre forme d’introito. Non lecite. Molte realtà armatoriali, quando la mafia controllava anche i singoli granelli di sabbia, avevano capito che con i pescherecci si poteva fare arrivare in Sicilia di tutto. Armi, droga, clandestini. Così come si poteva inviare (e trasportare) di tutto e chiunque. Questo garantiva ingenti quantità di denaro che doveva essere gestito, meglio se allegramente, attraverso gli stessi armatori, motoristi e gente di mare prezzolata a dovere. Il mercato, di fatto, veniva drogato da natanti, che uscivano in mare non solo per pescare: i soldi erano comunque garantiti. Ma svanito il controllo materiale della mafia sul porto (e specifico: fine del controllo, non della presenza), le imprese sono dovute andare avanti da sé. Ora non voglio insinuare che la marineria di Mazara fosse il vespaio della mafia, ma che era ne sicuramente tangibile il suo controllo nei precedenti decenni.  La più tipica esemplificazione di questa realtà è la mancanza di una teoria d’insieme nella flotta. Perché un settore che si presta per sua stessa natura alla collettività, dove tutti dicono di pescare prodotto locale, non ha dato ordinario seguito alle cooperative? Queste sono state il punto di forza di molte economie: la divisione della ricchezza era omogenea, ma soprattutto la difficoltà non ricadeva sul singolo. Prendete Mazara invece, fallisce un natante, la società che ci sta dietro, infliggendo danno all’intero sistema, ma nessuno ha titolo o modo per sopperire. Ma d’altronde chi avrebbe messo bocca, se poi ognuno aveva un piccolo segreto da mantenere? Chi avrebbe voluto condividere se aveva di che temere o di che essere temuto?

Oltre c’è la politica.
Si sorride quando si constata che nell’elenco dei lavori usuranti non c’è ilmarinaio, nonostante il sindaco Cristaldi sia stato politico di spicco (e per la verità ancora lo è), a livello regionale o nazionale. Si sorride perché il mercato all’ingrosso è arrivato con un ritardo mostruoso nella sede del porto, ed alla fine, quando ormai anche le pietre sapevano che era inutile è stato costruito lo stesso dall’amministrazione comunale del tempo. Si sorride perché mai e poi mai si è pensato di smuovere la politica nazionale, da Berlusconi a Miccichè, sulle navi giapponesi che solcano il mar Mediterraneo, fregandosene delle nostre regole o esigenze. Si sorride perché il marchio “doc” (o “dop”) non è ancora stato promosso, effettivamente e compiutamente, per il nostro pesce o per prodotti ad esso strettamente connessi per avere una tutela legale sugli abusi che il sistema del mercato impone per aumentare il profitto di chi uomo di mare non è. Si sorride perché il porto canale viene dragato con tutta questa lentezza e senza una cadenza prefissata. Ma la politica mazarese continua a scendere in piazzetta dello Scalo cercando consensi. E ancora oggi ne ha molti.
Tutto questo discorso, e poi? Poi ci sarebbero le soluzioni, ma questa è un’altra storia.

Ivano Asaro
(foto: Alberto Tumbiolo)

I pesci non votano (parte prima)


La “marina” è la pesca.
Il rumore è sempre lo stesso: quello dei pochi gabbiani, che volteggiano in aria, e delle onde che si infrangono ora sul bagnasciuga, ora sui blocchi di cemento. Anche le persone sembrano le stesse. Vecchi guardiani che fanno la guardia ad imbarcazioni sempre più vetuste in compagnia della loro MS. Perché le Marlboro costano care ed il lavoro non è remunerativo come prima. Questo è lo scenario della marineria di Mazara. Tutto, paradossalmente, sembra uguale. Fermo in un punto di quiete. Le voci dei marinai, certi giorni della settimana sono un ricordo, e, quando si sentono, spesso sono del Maghreb. Queste immagini, per nulla amplificate o stereotipate, sono la visione plastica di quella che una volta era la “marina”, di cui dovevi per forza parlare: per il numero di navi, per il presunto grado d’integrazione tra le diverse etnie, per la particolare posizione geografica, per la qualità, non eccelsa, ma comunque di rilievo del pescato. Questo è quello che era, rispetto a quello che è.  Ma se raccontando di ciò non si aggiunge nulla di nuovo al risaputo è solo perché la situazione attuale è figlia di un processo in cui nessuno ha mai voluto mettere le mani, per diverse ragioni, se non per aumentare ulteriormente il tasso di inefficienza del settore, per trasformare le imbarcazioni in seggi elettorali e per acquietare gli appetiti di personaggi non proprio “puliti”.

Vox populi vox dei.
Partiamo dall’inizio. Da ciò che pensa la gente. L’elemento essenziale di questa crisi è il caro carburante, cresciuto nell’ultimo decennio in modo sproporzionato rispetto al prezzo del greggio, ma soprattutto rispetto al prezzo del pescato. La prima esigenza, quando l’imbarcazione esce per una battuta di pesca, ancora prima dei salari, dei viveri e della burocrazia, è quella di coprire il costo del diesel impiegato per armare il natante. E’ opinione di tutti che se questo costasse meno non ci troveremmo in questa situazione. Gli si può dare torto? Nei bar si ascolta però un’altra versione, che non nega il costo del carburante, ma apre gli occhi su altre problematiche. Sostanzialmente l’anziano marinaio che da ormai 50 anni “bazzica” quei luoghi nota come la crisi del settore, sicuramente legata ad una crisi globale, non abbia allo stesso modo toccato tutti, nonostante i costi siano per tutti gli stessi. Alcuni imprenditori del mare, davvero pochi per la verità, hanno affrontato con piglio imprenditoriale la sfida, aumentando i propri interessi, riequilibrando gli interessi tra armatori e grossisti, superando la china e guardando anche ad altre nazioni, con situazioni sicuramente più agevoli. Se è vero che fisiologicamente questo salto non poteva essere fatto da tutti, una parte rilevante, che avrebbe trainato il comparto, doveva con competenza espandersi.

Andare avanti.
Negli anni ’60 e ’70, con ignoranza e con tanto sacrificio, potevi tirare avanti, ed anche bene. Oggi l’armatore medio, con la barca ereditata dal padre, segue schemi obsoleti condizionati dall’incapacità manageriale, dall’ignoranza, e dalla scarsa visione d’insieme. Insomma gli imprenditori sono così perché non sanno come va il mondo. La dimostrazione? Settori più professionali come quelli agricoli del nord Italia, capito per tempo come andavano le cose hanno automatizzato, innovato, razionalizzato. Sono andati al passo coi tempi. Gli armatori mazaresi no. La mancanza di metodo, di didattica, ha fatto puntare sempre un enorme pescato e su fermi biologici non dati secondo criteri logico-scientifici, ma secondo le elargizioni del politico di turno (o dell’amico locale del politico di turno). Che senso ha ad esempio dare il fermo biologico non considerando compiutamente i tipi di pesci pescati ed il loro relativo periodo di riproduzione? E si potrebbe anche parlare delle imbarcazioni, sproporzionate rispetto alle esigenze, che costringono a battute di pesca lunghe venti giorni, con un connesso posizionamento del mercato che da una parte inflaziona il pesce realmente fresco, dall’altro non produce il benessere sperato a fronte dell’investimento.
    
C’è del marcio?
Soggetti ancora più arditi, con il tipico sguardo di chi dalla vita ha capito tutto e niente più vuole sapere, propongono una tesi ancora più forte: anche negli anni ’80 il settore non era realmente così florido, solo che c’erano altre forme d’introito. Non lecite. Molte realtà armatoriali, quando la mafia controllava anche i singoli granelli di sabbia, avevano capito che con i pescherecci si poteva fare arrivare in Sicilia di tutto. Armi, droga, clandestini. Così come si poteva inviare (e trasportare) di tutto e chiunque. Questo garantiva ingenti quantità di denaro che doveva essere gestito, meglio se allegramente, attraverso gli stessi armatori, motoristi e gente di mare prezzolata a dovere. Il mercato, di fatto, veniva drogato da natanti, che uscivano in mare non solo per pescare: i soldi erano comunque garantiti. Ma svanito il controllo materiale della mafia sul porto (e specifico: fine del controllo, non della presenza), le imprese sono dovute andare avanti da sé. Ora non voglio insinuare che la marineria di Mazara fosse il vespaio della mafia, ma che era ne sicuramente tangibile il suo controllo nei precedenti decenni.  La più tipica esemplificazione di questa realtà è la mancanza di una teoria d’insieme nella flotta. Perché un settore che si presta per sua stessa natura alla collettività, dove tutti dicono di pescare prodotto locale, non ha dato ordinario seguito alle cooperative? Queste sono state il punto di forza di molte economie: la divisione della ricchezza era omogenea, ma soprattutto la difficoltà non ricadeva sul singolo. Prendete Mazara invece, fallisce un natante, la società che ci sta dietro, infliggendo danno all’intero sistema, ma nessuno ha titolo o modo per sopperire. Ma d’altronde chi avrebbe messo bocca, se poi ognuno aveva un piccolo segreto da mantenere? Chi avrebbe voluto condividere se aveva di che temere o di che essere temuto?

Oltre c’è la politica.
Si sorride quando si constata che nell’elenco dei lavori usuranti non c’è ilmarinaio, nonostante il sindaco Cristaldi sia stato politico di spicco (e per la verità ancora lo è), a livello regionale o nazionale. Si sorride perché il mercato all’ingrosso è arrivato con un ritardo mostruoso nella sede del porto, ed alla fine, quando ormai anche le pietre sapevano che era inutile è stato costruito lo stesso dall’amministrazione comunale del tempo. Si sorride perché mai e poi mai si è pensato di smuovere la politica nazionale, da Berlusconi a Miccichè, sulle navi giapponesi che solcano il mar Mediterraneo, fregandosene delle nostre regole o esigenze. Si sorride perché il marchio “doc” (o “dop”) non è ancora stato promosso, effettivamente e compiutamente, per il nostro pesce o per prodotti ad esso strettamente connessi per avere una tutela legale sugli abusi che il sistema del mercato impone per aumentare il profitto di chi uomo di mare non è. Si sorride perché il porto canale viene dragato con tutta questa lentezza e senza una cadenza prefissata. Ma la politica mazarese continua a scendere in piazzetta dello Scalo cercando consensi. E ancora oggi ne ha molti.

Tutto questo discorso, e poi? Poi ci sarebbero le soluzioni, ma questa è un’altra storia.




Alberto Tumbiolo (foto)
Ivano Asaro

lunedì 23 aprile 2012

La Repubblica degli stronzi. Telejato non ti meritiamo.


Spendere parole in certe occasioni è quanto mai la cosa più inutile da fare. Spendere parole talvolta è davvero fuori luogo. In certe circostanze il silenzio è il cerotto di una società che ha ferite che non si possono sanare. La nostra Repubblica non è più quella immaginata dai padri fondatori, scritta nella costituzione, per cui migliaia di uomini sono morti. La nostra è piuttosto la repubblica degli stronzi. Non siamo più degni di definirci figli dei partigiani, tanto più che alcuni non si sono mai definiti tali, non siamo neanche più in grado di sostenere una bandiera che nei suoi colori aveva il verde della speranza ed il rosso dell’ardore e del coraggio. Ormai siamo un’illusione. Siamo figli dei professionisti della politica, gente che mai e poi mai manderà avanti qualcun altro migliore di loro, poiché sono schiavi dello stipendificio della politica. Stiamo tanto a perderci su parole che sono vuote, libertà e giustizia ad esempio, che senza una reale difesa di alcuni concetti essenziali, che partono sempre dall’idea di società, sono vuote. Invece no, i politici, che non s’immaginano nemmeno di porre idee contro i problemi si piegano al volere d’interessi superiori. Come può questo definirsi uno stato civile se neppure ciò che è evidente è sancito. Dove i disonesti giocano con due o tre mazzi di carte e gli onesti hanno talmente poco spazio che sembrano non esistere.

Il beauty contest cancellerà Telejato, forse ormai neanche le speranze hanno un senso. Un territorio quello del palermitano che grazie all’opera d’informazione costante aveva avuto una sua dignità, aveva finalmente ciò per cui vantarsi oltre a quello per cui vergognarsi. Pino Maniaci ha saputo nonostante tutto essere il vessillo nazionale di un problema che nazionalmente s’ignora: la mancanza di libertà, di pensiero. Si perché nessuno è libero di pensare se le verità non sono tutte raccontate. Se Pino Maniaci non avesse raccontato le malefatte dei mafiosi, quelli sarebbero soltanto imprenditori scellerati agli occhi della gente. Eppure i politici che sanno oliare i meccanismi dei listini bloccati e la pubblica amministrazione per le nomine, pardon, per le raccomandazioni, non sono riusciti a salvare un’emittente che da solo ha formato professionisti, ha fatto conoscere una terra esclusa pure dal mappamondo per volere delle mafie. E freghiamocene se la Bertolino a Partinico prima ed a Mazara poi non c’è stata anche e soprattutto per Pino Maniaci, e freghiamocene se le querele per il bene di tutti se l’è prese lui. Freghiamocene di tutto. Anche di un uomo che non ha più la sua vita, costretto com’è ad interpretare il ruolo di eroe, che lui umilmente dice di non essere, ma che in fondo è come del resto tutta la sua famiglia. Che vi credete che sia facile essere parenti senza scorta di Pino Maniaci nel territorio stesso di cui si raccontano le verità? Eppure Telejato chiuderà. Chiude non perché non si siano trovate le scorciatoie o i cavilli, quelli si trovano e si sono trovati perfino per questioni più grosse: ricordate l‘affaire rete 4? Per Telejato, in una piccola parte della Sicilia invece no. Certo.Ma bisogna chiedersi chi lo vuole, di sicuro non i partiti dei mafiosi, quelli sempre nominati da Maniaci; di sicuro non i partiti con i mafiosi, anche loro citati per le loro strane abitudini; ma fidatevi neanche i partiti meno vicini al potere mafioso, e perciò più colpevoli. Non uso giri di parole, il Pd si è dimenticato di Telejato, perché era bello farsi fotografare con Pino Maniaci, passare per il suo microfono, ma lo stesso poi diventava antipatico se diventavi sponsor di Lombardo, che con la mafia deve chiarire i suoi rapporti, in base a quello che ci dicono i magistrati. Chi lo vuole maniaci che è sempre stato il cane da guardia della Democrazia, il cane pazzo da guardia. Nessuno a quanto pare. Senza renderci conto che quando l’ultima parola da quella emittente verrà proferita non si spegnerà soltanto una televisione, ma una voce, un pensiero, un sogno, l’intero paese che perderà la sua dignità. Quando Telejato si spegnerà l’economia dello stato, per meglio dire degli uomini dello stato, avrà vinto contro i diritti sanciti in COSTITUZIONE, avrà vinto sulla testa delle persone che saranno meno libere e più deboli, insomma sempre più schiave. A Pino non servono i grazie per avere dato tanto, troppo ad un paese, una regione, un territorio che non lo merita. No Pino, noi non ti meritiamo, perché siamo pronti ad indignarci per Santoro, per carità degno di una battaglia di civiltà ma sicuramente in una situazione infinitamente più facile della tua. E scusatemi se dico solo Pino, conosco i membri della famiglia ma per discrezione non li cito, ma specialmente sua moglie sa quanto voglio bene a quella famiglia e quanta stima ho per loro, e quanta impotenza provo in questi momenti.

Ivano Asaro

La Repubblica degli stronzi. Telejato non ti meritiamo.



Spendere parole in certe occasioni è quanto mai la cosa più inutile da fare. Spendere parole talvolta è davvero fuori luogo. In certe circostanze il silenzio è il cerotto di una società che ha ferite che non si possono sanare. La nostra Repubblica non è più quella immaginata dai padri fondatori, scritta nella costituzione, per cui migliaia di uomini sono morti. La nostra è piuttosto la repubblica degli stronzi. Non siamo più degni di definirci figli dei partigiani, tanto più che alcuni non si sono mai definiti tali, non siamo neanche più in grado di sostenere una bandiera che nei suoi colori aveva il verde della speranza ed il rosso dell’ardore e del coraggio. Ormai siamo un’illusione. Siamo figli dei professionisti della politica, gente che mai e poi mai manderà avanti qualcun altro migliore di loro, poiché sono schiavi dello stipendificio della politica. Stiamo tanto a perderci su parole che sono vuote, libertà e giustizia ad esempio, che senza una reale difesa di alcuni concetti essenziali, che partono sempre dall’idea di società, sono vuote. Invece no, i politici, che non s’immaginano nemmeno di porre idee contro i problemi si piegano al volere d’interessi superiori. Come può questo definirsi uno stato civile se neppure ciò che è evidente è sancito. Dove i disonesti giocano con due o tre mazzi di carte e gli onesti hanno talmente poco spazio che sembrano non esistere.

Il beauty contest cancellerà Telejato, forse ormai neanche le speranze hanno un senso. Un territorio quello del palermitano che grazie all’opera d’informazione costante aveva avuto una sua dignità, aveva finalmente ciò per cui vantarsi oltre a quello per cui vergognarsi. Pino Maniaci ha saputo nonostante tutto essere il vessillo nazionale di un problema che nazionalmente s’ignora: la mancanza di libertà, di pensiero. Si perché nessuno è libero di pensare se le verità non sono tutte raccontate. Se Pino Maniaci non avesse raccontato le malefatte dei mafiosi, quelli sarebbero soltanto imprenditori scellerati agli occhi della gente. Eppure i politici che sanno oliare i meccanismi dei listini bloccati e la pubblica amministrazione per le nomine, pardon, per le raccomandazioni, non sono riusciti a salvare un’emittente che da solo ha formato professionisti, ha fatto conoscere una terra esclusa pure dal mappamondo per volere delle mafie. E freghiamocene se la Bertolino a Partinico prima ed a Mazara poi non c’è stata anche e soprattutto per Pino Maniaci, e freghiamocene se le querele per il bene di tutti se l’è prese lui. Freghiamocene di tutto. Anche di un uomo che non ha più la sua vita, costretto com’è ad interpretare il ruolo di eroe, che lui umilmente dice di non essere, ma che in fondo è come del resto tutta la sua famiglia. Che vi credete che sia facile essere parenti senza scorta di Pino Maniaci nel territorio stesso di cui si raccontano le verità? Eppure Telejato chiuderà. Chiude non perché non si siano trovate le scorciatoie o i cavilli, quelli si trovano e si sono trovati perfino per questioni più grosse: ricordate l‘affaire rete 4? Per Telejato, in una piccola parte della Sicilia invece no. Certo.Ma bisogna chiedersi chi lo vuole, di sicuro non i partiti dei mafiosi, quelli sempre nominati da Maniaci; di sicuro non i partiti con i mafiosi, anche loro citati per le loro strane abitudini; ma fidatevi neanche i partiti meno vicini al potere mafioso, e perciò più colpevoli. Non uso giri di parole, il Pd si è dimenticato di Telejato, perché era bello farsi fotografare con Pino Maniaci, passare per il suo microfono, ma lo stesso poi diventava antipatico se diventavi sponsor di Lombardo, che con la mafia deve chiarire i suoi rapporti, in base a quello che ci dicono i magistrati. Chi lo vuole maniaci che è sempre stato il cane da guardia della Democrazia, il cane pazzo da guardia. Nessuno a quanto pare. Senza renderci conto che quando l’ultima parola da quella emittente verrà proferita non si spegnerà soltanto una televisione, ma una voce, un pensiero, un sogno, l’intero paese che perderà la sua dignità. Quando Telejato si spegnerà l’economia dello stato, per meglio dire degli uomini dello stato, avrà vinto contro i diritti sanciti in COSTITUZIONE, avrà vinto sulla testa delle persone che saranno meno libere e più deboli, insomma sempre più schiave. A Pino non servono i grazie per avere dato tanto, troppo ad un paese, una regione, un territorio che non lo merita. No Pino, noi non ti meritiamo, perché siamo pronti ad indignarci per Santoro, per carità degno di una battaglia di civiltà ma sicuramente in una situazione infinitamente più facile della tua. E scusatemi se dico solo Pino, conosco i membri della famiglia ma per discrezione non li cito, ma specialmente sua moglie sa quanto voglio bene a quella famiglia e quanta stima ho per loro, e quanta impotenza provo in questi momenti.

giovedì 5 aprile 2012

Il pericolo vero è l’avvento del Fascismo Bancario…. che i fatti ne stiano preparando l’avvento?


E’ vero. Si è vero, qualcosa nel nostro paese sta accadendo. Lo strano concatenamento di eventi che da qualche tempo pregiudicano, e non solo semplicemente influenzano, le sorti del nostro stato è chiaro. Borse in fibrillazione quasi ad orologeria in tutte le fasi governative, giudici stranamente scelti, nonostante tutto, per l’amico più stretto e fidato di Mr B., Marcello Dell’Utri, il quale molto probabilmente non vedrà mai la galera, come se qualcuno volesse comprarne la silenziosità, a discapito di altri che in galera per lo stesso reato ci sono, eccome. E’ quasi tutto lineare, come se gli eventi ci vogliano consegnare una nuova Pax, è come se i fatti avessero un obiettivo comune, quello di aprire le porte a qualcuno che verrà dopo e che non deve essere ostacolato da chi c'è adesso, un po’ come accaduto per MrB. dopo tangentopoli. Ma Berlusconi e la sua ascesa, la cui spiegazione totale e definitiva deve essere ancora scritta, erano frutto d’interessi e di un vuoto, quello dei partiti che non esistevano più. Proprio quel momento infatti, post Mafiopoli e Tangentopoli, scacciò i socialisti, i democristiani, etc etc, costringendo perfino i comunisti a darsi una nuova anima, nonostante che il Compagno Greganti avesse, a torto od a ragione, salvato capre e cavoli. Ma oggi questo non c’è, anzi i partiti sono troppi e troppo alto e penetrante il loro potere. La politica decide su tutto anche quando, paradossalmente, non si pronuncia. I partiti sono il metro reale di quanto confuso sia il nostro stato, di quale grave crisi ideologica si stia vivendo, persone che la pensano per lo più allo stesso modo, tranne che per trascurabili sfumature, sono per convenienza in partiti diversi, perché in sedi e sezioni diverse hanno maggiore peso, ecco perché, persino, la trasversalità oggi non è più una brutta parola, quando fino a poco tempo addietro era sinonimo di trasformismo. Ma questo, considerando l’amoralità dei partiti, è un problema secondario, perché i partiti comunque ci sono. Il pd, pdl, udc, etc etc, hanno sempre i loro candidati, può succedere qualsiasi cosa, ma dovunque, comune o provincia del nord, centro o sud il loro simbolo campeggierà, e saranno in maggioranza od opposizione, ma sempre la a presidiare gli interessi di tutte le coorti formatisi dietro questo o quel candidato. Allora perché, mi chiedo, ma questo è solo frutto di una sensazione, qualcosa di nuovo sta per irrompere nella scena, presentandosi come la vera ed unica via possibile? Quando e come questo avverrà non lo so, però lancio qualche spunto di riflessione, che fra le riga è possibile leggere nei fatti di tutti i giorni. Partiamo dal principio. Che in Italia tutto per ora vada male non è indubbio, che non si salvi nessuno se non le realtà che più strettamente si confrontano con l’estero è un dato di fatto, la stessa Fiat, va bene, si fa per ridere, solo all’estero. Vanno male le aziende, si riduce il risparmio delle famiglie, aumentano le incertezze, i titoli di studio seppure non de-legalizzati hanno un peso infinitamente inferiore a quello di qualche anno fa, perfino il calcio sta per collassare, basterebbe solo che qualche grande club avesse un tesserato coinvolto per affossare l'intera serie A. Tutto, appunto, va male. Alle spalle abbiamo un 2008, annus horribilis, che molto peggio è rispetto a quel tanto citato 1929, anno che usano i notisti come metro di paragone per descrivere l’impatto sociale della crisi economica. Ancora di più, nelle fabbriche non è più strano vedere scene di umiliazione, di singoli di fronte alla massa, come a mettere uno contro gli altri gli stessi operai, e poi la ciliegina sulla torta, il potere Mafioso è, come prima, un vero e proprio interlocutore politico. A Milano, come a Genova, se vuoi essere eletto o sei fortunato oppure devi passare dai Boss. Tutto questo per una persona che abbia minimamente studiato è il panorama che gli storici descrivono prima della venuta, anzi per usare i termini didattici, della comparsa dei forti partiti totalitari, i quali nella forza del singolo Leader incarnano un’idea, sviluppano teorie e sogni, celano le malversazioni che in realtà i potentati, che sostengono il potere, vogliono ottenere. Una su tutte che mi ritorna nella mente in questi giorni, e penso non sia un caso, è la diminuzione dei diritti sociali, dei lavoratori e delle rappresentanze sindacali. Vi dice qualcosa questo argomento? Forse corro troppo con la mente, forse corro troppo con il rievocare il fascismo, come se qualcuno a breve volesse riprenderne le mire, come se poi i fascisti se ne siano mai andati. Forse esagero, ma se esagero lo faccio in quale verso? Esagero perché noto e metto insieme cose fra loro legate solo da coincidenze o perché il nuovo fascismo non avrà camicie nere e fasci littori ma palmari con l’aggiornamento dello spread, titoli di stato da piazzare, e persone da sacrificare sull’altare dei numeri? Non è che il nuovo totalitarismo si maschererà da diritto bancario, userà le armi della depressione finanziaria per ottenere qualcosa, anche attraverso quegli adepti che foraggia nei mass-media? La risposta non la so, e questo mio modo di fare mi ricorda il professore Ruffolo, che alle domande irrisolte a lezione sornione replica che le risposte possono essere molteplici, nella convenienza vostra troverete quella che un giorno vi sarà più utile, non essendoci univocità di vedute ed interpretazioni. Qui però non si parla di diritto, od almeno non solo, perciò Io alle prossime elezioni se vedessi un uomo candidato rappresentante delle Banche, più o meno direttamente, non lo voterò.


Ivano Asaro