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domenica 28 aprile 2013

Sperando di avere torto: il dissenso armerà il malumore.


In questi giorni ho avuto un fortissimo mal di testa. Sempre in questi giorni, mi sono più volte avvicinato ad una tastiera per scrivere, e devo ammettere che mai nessuna cosa scritta virtualmente, su questo foglio word, mi è piaciuta o parsa intelligente. Consapevole che queste annotazioni non v'interessano neanche lontanamente, evito anche di spiegarvi che il mal di testa mi è passato e che forse è stato utile. Forse quest'ultimo appunto però, e magari mi illudo, vi interessa di più. I testi da me vergati con tasti sempre più usurati, erano tutti rivolti a dare un'opinione personale ed umile di quanto consumato nei palazzi istituzionali, affaire che da solo si riassume in un grande avvenimento: la rielezione di Giorgio Napolitano. Si è tanto discusso circa l'opportunità giuridica, morale e politica di tale scelta, e magari un giorno i nostri figli e nipoti ci chiederanno: <<perché non Rodotà? Perché non Prodi?>> Od ancora più ironicamente ci diranno: <<vi siete tenuti per 25 anni il berlusconismo, la rielezione di Napolitano (storica perché è il primo bis della nostra Repubblica) non è che la costola di un momento storico da cancellare>>. Certo che avrei voluto scrivere di tutto questo, che avrei voluto dire la mia, magari un giorno lo farò. Il mal di testa mi ha però fermato e mi ha fatto perdere quel tempo necessario, che ho impiegato a rendermi conto che ancora una volta, a qualsiasi discorso l'italiano medio presti orecchio, manca sempre una base logica, e cioè che <<bisogna procedere per priorità>>

E' vero, in buona sostanza, che ci si appassiona facilmente alle diatribe “politicanti”, chi del resto non ha tifato per uno dei nomi concorrenti nel palio del Quirinale. Tutto vero, e ve lo dice uno che con la più genuina passione ha fatto le maratone televisive: <<sono stato più io davanti la tv che Mentana su La7>>. 

Poi succede il fatto, quello che ti riporta alla verità, come il sole fu per Icaro

Le mie ali molto più misere erano i social network, strumenti che ti danno l'impressione di potere incidere sul circostante, come se un tweet fosse un voto od un proiettile

Comunque la vediate queste convinzioni si sciolgono di fronte a proiettili e voti veri. 







Da un lato in una calda mattinata romana nasce il governo Letta, quello della grande ammucchiata, quello che potete vedere bene o male, ma che comunque sta la, c'è e ci sarà, che vi piaccia o no; dall'altra parte nella stessa mattinata romana c'è un uomo, uno come tanti, uno che come tanti ha grossi problemi dentro la valigetta e dentro le tasche, che vede il mondo un po' più grigio ogni giorno che passa, e che nella stessa valigetta ha una pistola. Questo signore si chiama Luigi Preiti, ed ha sparato sul serio, ha sparato nella convinzione di colpire chi ha votato sul serio, ma ha colpito dei carabinieri, e qui non ci sono più ne twitter o facebook che tengano.  








Ecco, questa sberla ti riporta alla verità, ti riporta alle immagini di frighi vuoti e case polverose, ti riporta alle tasse scolastiche ed alla tristezza di un padre. Queste cose spengono tutti gli account, rallentano i neuroni e la smania del futile. Certo ci sono le frasi di circostanza, quelle su cui il Vespa o Giletti di turno si diletteranno,  magari questa settimana ci saranno le frasi contrite di Mara Venier e le, tristemente mitiche, espressioni di Barbara D'urso. 











Nonostante tutto le frasi di circostanza, i particolari succulenti per le tv, però non serviranno a far si che un processo inevitabile s'inneschi. Come scrissi quasi tre anni fa (http://sosta-vietata.blogspot.it/2010/10/lo-schiaffo-dellonda.html), lo schiaffo sarebbe arrivato, e questo sarebbe stato ben più gravoso da sopportare di una guancia indolenzita. Ve ne accorgerete nei prossimi giorni. Il tam tam porterà a due sibillini discorsi, che magari inizialmente si pronunceranno con voce sommessa, e poi sempre più convinta: 
  • questo gesto è quanto meno addebitabile moralmente al vociare grillino; 
  • in fondo in fondo i politici se lo meritano. 
Già fra le parole dei giornalisti schierati il primo dei due messaggi è chiaro, ovvero, in maniera ipocrita e senza scrupoli, giustificare il governo PD-PDL di Roma, come l'unica soluzione al barbaro che avanza, tra battute e sfottò, cioé Grillo. 





Dall'altra parte il sentimento popolare si colorerà di violenza ogni giorno di più, fino a giustificare il sangue dei politici, di qualsiasi rango e livello, e magari anche di chi politico non è ma prende un lauto stipendio pubblico, e poi chissenefrega. La bomba che non doveva scoppiare è in realtà implosa sotto Palazzo Chigi, e le conseguenze sono intangibili ed ahimé incalcolabili. Per fare un attentato di piccole dimensioni, ed il caso della Maratona di Boston ce l'ha ampiamente dimostrato, non servono grandi mezzi, e neppure grandi
capacità a dirla tutta; più che altro grandi e malate ambizioni, condite da perverse convinzioni.




Chi può dirsi salvo dalla rabbia, chi? Un consigliere comunale? Un provveditore? Un primario di un ospedale pubblico che nega un ricovero? Un sindacalista che lucra sui costi di formazione? Nessuno è davvero incolpevole di fronte al montare della rabbia, neppure i privati che magari hanno stili di vita particolarmente agiati e delocalizzano per lucro



Ora magari i toni sono pessimistici, ma io dico che sono più Gramsciani:<< il pessimismo della ragione, l'ottimismo della volontà>>. 

Io spero che tutto ciò, che sembra concreto, non si verifichi, che la rabbia non monti, che nessuna procura della repubblica scovi più mega furti sui fondi regionali, o mega sistemi tangentisti. Ma se succedesse chi sarà in grado di dire con forza <<la violenza è del tutto ingiustificata?>> Non davanti una telecamera naturalmente, ma davanti un caffè od in ufficio, in fabbrica come in famiglia, i luoghi ad ogni modo dove il protocollo e l'etichetta lasciano spazio alla spontaneità ancora prima della sincerità. Sono sempre stato convinto che per mettere un bomba, per fare un attentato ad un rappresentante delle istituzioni, non servano mille uomini, ma dieci e novecentonovanta disposti a girarsi dall'altra parte, io di questi ultimi ne conosco di più. 
Voi?  



Ivano Asaro
Ivano Asaro